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Tsunami, i giganti capricci del mare |
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Per secoli sono appartenute ai leggendari racconti dei naufragi. I sopravvissuti delle catastrofi marine non le conoscevano ancora come “onde anomale”, ma la scena era la stessa: muri altissimi di acqua capaci di inghiottire intere navi da crociera e abbattersi sulle coste con furia pazzesca distruggendo tutto ciò che incontravano. Questi mostri del mare si chiamano tsunami (Soo-Nah-Mee, letteralmente “onde del porto”), termine giapponese introdotto ormai in tutte le lingue del mondo perché molto più di altri indica con precisione la natura del fenomeno. Imprevedibilità, dimensioni, rapidità e potenza sono il biglietto da visita che con sempre maggiore frequenza accompagna queste immense masse di acqua oceanica. Anche i numeri della “catastrofe naturale” impressionano. Nella fase di generazione, causata da terremoti o frane sottomarine, eruzioni vulcaniche o impatti con un meteorite, l’onda iniziale di uno tsunami può raggiungere i 650 metri e propagarsi alla velocità di un normale aereo di linea (circa 700km/h). Ma dato che solitamente la lunghezza di un’onda anomala è 600 volte l’altezza, la pendenza è quasi impercettibile. Questa caratteristica la rende praticamente “invisibile” a qualsiasi imbarcazione la incroci in mare aperto. A destare preoccupazione per la pericolosità del fenomeno sono anche le elevate distanze raggiunte dagli tsunami, dalla generazione all’inondazione delle coste. Nel 1960, un terremoto in Cile, tra i più forti mai registrati, scatena una gigantesca onda che, dopo aver percorso circa 17.000 chilometri, si abbatte sulle coste del Giappone.
Ma di “mostri” arrivati dal mare, come se li figurava l’iconografia giapponese del XIX secolo, si è sentito parlare anche nel febbraio 1995, quando durante la sua traversata oceanica il transatlantico Queen Elizabeth incontra nel bel mezzo di un uragano un’onda di 29 metri. Altezza modesta se si considera che, a causa del crollo di un pezzo di montagna in mare, nel 1958 a Letuya Bay, in Alaska, queste onde straordinarie hanno raggiunto i 500 metri. Una sciagura certo, ma anche una rarità, come credevano fino a qualche decennio fa gli scienziati. Agli albori dell’800 addirittura era opinione condivisa che gli tsunami potessero prodursi una volta ogni 10.000 anni. I dati odierni raccolti dai satelliti ERS 1 e ERS 2 dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) registrano invece una frequenza impressionante di onde anomale. “Per lungo tempo – spiega Bruno Greco dell’ESA – non abbiamo avuto prove sufficienti. Solo a partire dal XIX secolo sono state raccolte alcune foto di navi sventrate. Ma non avevamo alcuna informazione sulla frequenza. L’osservazione del fenomeno era difficoltosa per gli strumenti di rilevazione delle onde “normali” non erano in grado di resistere alla potenza distruttiva di uno tsunami. E se qualcuno dell’imbarcazione ne vedeva una difficilmente poteva sopravvivere alla catastrofe”. Ecco perchè negli ultimi anni la perdita di 200 supertanker, grandi navi per il trasporto di petrolio, è stata sempre attribuita a cattive condizioni metereologiche. E anche oggi le statistiche sulle imbarcazioni colate e picco nei fondali oceanici destano preoccupazione: una media di due navi a settimana.
Sulle cause dei naufragi di petroliere, gasiere e sulla distruzione di piattaforme petrolifere progettate per resistere a onde non più alte di 15 metri la comunità scientifica non ha ormai dubbi: si tratta di tsunami. Grazie ai satelliti dell’agenzia spaziale sono state raccolte un numero di informazioni impensabili solo qualche decennio fa. Nel campo petrolifero Goma, nel Mare del Nord, un solo radar ha censito qualcosa come 466 onde anomale in 12 anni di attività. In sole tre settimane d’osservazione l’ESA ha raccolto 30.000 immagini fornite poi al progetto europeo Maxwave, che si occupa dell’identificazione di onde anomale. Dall’analisi dei dati ne sono stata individuate dieci dell’altezza di 25 metri sulla superficie terrestre. Sull’origine del fenomeno rimangono tuttavia molte lacune. Ad oggi le più accreditate ipotesi, oltre a quelle di natura sismica, sono due. Secondo gli studiosi gli tsunami si producono per effetto dell’incontro tra onde “normali” e correnti o turbolenze oceaniche, come è accaduto nella costa est del Sudafrica, ma anche a nord dell’Oceano Atlantico dove la Corrente del Golfo incontra le onde del mare che bagna la penisola del Labrador in Canada. Tali correnti sarebbe in grado di concentrare la forza delle onde creando uno tsunami. Ma presso la comunità scientifica si avanza anche un’altra teoria secondo la quale una sincronizzazione tra onde e venti rapidi è in grado di raggiungere velocità impressionanti, tali da gonfiare il muro d’acqua fino a fargli raggiungere altezze vertiginose. Le ipotesi avanzate devono ancora essere corroborate da ulteriori studi e analisi per valutare il fattore “imprevedibilità” legato a ogni tsunami. Nel frattempo gli scienziati sperano in navi meno soggette ai capricci del mare. TSUNAMI Il termine tsunami viene dato ad un’onda gigantesca di altezza anomala che si abbatte con furia spaventosa seminando morte e distruzione. Per comprendere gli tsunami, occorre prima di tutto distinguerli dalle onde generate dal vento e dalle maree. I venti che soffiano sugli oceani ne increspano la superficie in onde relativamente corte che creano correnti limitate ad uno strato piuttosto sottile tanto che un sommozzatore può agevolmente immergersi ad una profondità sufficiente a trovare le acque calme senza correre alcun rischio. Tempeste e uragani in oceano aperto possono poi sollevare onde di 30 metri e più, ma anche queste, oltre una certa profondità, non provocano alcun movimento. Le maree, che compiono il giro completo del globo due volte al giorno, producono correnti che raggiungono il fondo marino, così come fanno gli tsunami, i quali però non sono generati dall’attrazione gravitazionale della Luna o del Sole, al massimo possono essere in rari casi provocati dalla rotazione terrestre che causa uno scivolamento delle acque sulla superficie amplificato dalla gran massa d’acqua degli oceani. Solitamente uno tsunami si produce con notevole violenza a seguito di un terremoto sottomarino o da eruzioni vulcaniche, impatti di meteoriti o frane sottomarine. L’evoluzione di uno tsunami avviene in tre stadi: generazione, propagazione ed inondazione. Un disturbo del fondo marino, come il movimento lungo una faglia, provoca un dislocamento verso l’alto di un certo volume d’acqua. L’onda si propaga in acqua alta con una velocità paragonabile a quella di un aereo di linea; dato però che la sua lunghezza è circa 600 volte l’altezza, la pendenza è quasi impercettibile. L’onda rallenta non appena entra in acque basse, e qualche volta invade la terraferma quasi come farebbe un’alta marea. Altre volte invece, fenomeni di rifrazione e di ravvicinamento delle creste d’onda, ne concentrano l’energia in una mostruosa muraglia d’acqua. L’energia dell’onda infatti è compressa in un volume più piccolo via via che essa si propaga in acque sempre più basse e, dato che la cresta è costretta a rallentare, viene incalzata da quella successiva. Questo fenomeno ne aumenta sia l’altezza sia la velocità e la potenza mano a mano che la massa d’acqua si avvicina alla costa; da ciò deriva il nome tsunami che significa letteralmente tsunami e cioè "onda di porto". Le coste del Giappone ne sono le maggiori destinatarie, sia per la frequenza dei fenomeni sismici sottomarini che tormentano la zona antistante sia per quella gran massa d’acqua oceanica che non trova alcun ostacolo che ne smorzi la potenza, prima di raggiungere il paese del Sol Levante. Il 12 luglio 1993 a Okushiri si è abbattuto uno tsunami di particolare violenza con onde altre 30 metri; le vittime in quel disastro sono state 239 e sarebbero state molte di più se non fossero state prese tutte quelle precauzioni che ormai fanno parte del bagaglio della protezione civile giapponese. Questo fenomeno tipicamente giapponese ha sicuramente ispirato il grande Katsushika Hokusai (1760-1849), l’artista giapponese – se non di tutta l’Asia – più conosciuto nel mondo, tanto che proprio una gigantesca onda è diventata simbolo della sua bravura, un’onda con gli artigli, un essere vivente, un mostro d’acqua, assetato di distruzione e morte tutto teso a ghermire le sue vittime. Questa web page é tratta dal sito:
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